Zalone’s “Buen Camino” concerns all of us a bit

Zalone’s “Buen Camino” concerns all of us a bit
Zalone’s “Buen Camino” concerns all of us a bit

Da Natale a oggi, nel mondo dello spettacolo non si parla quasi d’altro. L’exploit di Checco Zalone con Buen Camino, diretto dal ritrovato sodale Gennaro Nunziante, ha monopolizzato il dibattito cinematografico e non solo. I numeri sono impressionanti: miglior esordio di sempre per un film italiano nel periodo natalizio, quasi 27 milioni di euro nei primi quattro giorni per oltre 3,3 milioni di spettatori, e un incasso che, al 31 dicembre, arriva a 36 milioni, film più visto del 2025. Risultati ancor più significativi in un tempo in cui le sale faticano a riempirsi e il cinema italiano sembra vivere una crisi strutturale di pubblico e di fiducia. Zalone, del resto, è una certezza del botteghino. Da Quo vado? (2016), che con i suoi 65 milioni resta il film italiano più visto di sempre, a Sole a catinelle, Che bella giornata e Tolo Tolo, la sua comicità ha saputo unire Nord e Sud, giovani e anziani, classi sociali e sensibilità diverse, offrendo una risata liberatoria che intercetta paure, contraddizioni e vizi del Paese. Una risata che però non è mai innocua. Anche questa volta il successo procede di pari passo con le polemiche, forse ancora più accese, perché Checco Zalone/Luca Medici torna a toccare nervi scoperti dell’attualità, spingendosi su un terreno scivoloso, quello del politicamente scorretto, dove il confine tra satira e offesa resta volutamente ambiguo.

È proprio questa ambiguità, da sempre cifra del personaggio, a mettere lo spettatore in crisi: si ride della grossolanità di Checco o delle sue battute che rivelano, spesso senza filtri, pregiudizi ancora duri a morire? Dove finisce la maschera e dove comincia lo specchio? Zalone non offre risposte rassicuranti, costringe piuttosto a interrogarsi, anche quando il colpo è ad alto rischio (in Buen Camino un paio di battute su Gaza e sulla Shoah possono non piacere a tutti) o scivola nel gusto facile anche quando non sarebbe necessario. Ma Buen Camino segna anche un’evoluzione. Già in Quo vado? e soprattutto in Tolo Tolo, primo film da regista, ambientato in Africa, la risata era diventata veicolo per affrontare temi come il razzismo e l’immigrazione. Qui il passo è ulteriore. Il cuore del film non è solo la satira sociale, ma una riflessione, sorprendentemente non banale, sulla ricerca di senso in un tempo superficiale e iperconsumistico. Non è un caso che Zalone esca per la prima volta a Natale e non a Capodanno, scegliendo un film natalizio sui generis, attraversato da una tensione spirituale sincera. Lo ha spiegato lo stesso Nunziante, regista credente: «La commedia non dà risposte ma presenta dubbi e fa crescere». E il dubbio, qui, riguarda il vuoto che molti avvertono anche quando hanno tutto.

La trama è nota. Alla vigilia dei cinquant’anni, Checco è un miliardario orgogliosamente ignorante e nullafacente, che si concede interviste «per mostrare ai poveri quello che non potranno mai permettersi». La fuga della figlia minorenne Cristal – nome che è quello dello champagne – sul Cammino di Santiago di Compostela lo costringe a inseguirla, prima per controllo, poi per qualcosa che lentamente gli sfugge di mano. La ragazza, rifiuta il lusso, cerca qualcosa di vero, lontano tanto dal padre cafone e assente quanto dalla madre ex modella ora attrice di ricerca radical chic e dal compagno regista impegnato. La frase che lei gli rivolge sul cammino è disarmante nella sua semplicità: «Io non ho bisogno di niente». In realtà, come tutti, ha bisogno di senso. Ed è proprio questo bisogno che, passo dopo passo, si insinua anche nella vita di Checco. Tra vesciche ai piedi, ostelli spartani, cibo condiviso, un gruppo di amici fra cui un senzatetto e un non vedente, notti in chiesa a lume di candela, il mondo patinato degli yacht e dei cocktail va in crisi. La satira colpisce un’élite scintillante e fragile, incapace di reggere al minimo imprevisto, mentre la comunità e la povertà, inizialmente vissute come fastidio, diventano occasione di verità.

Accanto a lui c’è una donna, Alma, non a caso “anima”, guida silenziosa e paziente, che accompagna la trasformazione senza proclami. C’è anche la fragilità della malattia, che irrompe sul cammino e ricorda il limite. E infine Santiago, meta che non risolve tutto ma apre uno spiraglio. Tra accuse di populismo e di buonismo, Zalone finisce per consegnare, paradossalmente, un messaggio profondamente natalizio: l’invito a mettersi in cammino, a spogliarsi del superfluo, a cercare ciò che conta davvero. Un buen camino che va oltre Compostela e riguarda tutti noi.

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